Coordinate 44°40′39.62″N 11°02′34.83″E,  altitudine 20 m s.l.m., superficie 55,32 km², abitanti 15.921

I Palazzi della Partecipanza Agraria di Nonantola (XIV-XIII secolo)

LA PARTECIPANZA AGRARIA DI NONANTOLA

Le Partecipanze Agrarie sono una delle ultime forme di proprietà collettiva di terreni di origine medievale esistenti in Italia; in totale sono otto e sei di queste sono collocate nella pianura tra Modena, Bologna e Ferrara.

L’origine della Partecipanza Agraria di Nonantola si fa risale al 1058 quando l’abate Gotescalco del monastero di S. Silvestro, signore del luogo, promise una serie di privilegi e terreni alla comunità e il popolo, in cambio, dovette costruire gran parte delle mura e del fossato intorno al borgo e garantire la protezione del castrum. Il monastero concedeva in usufrutto perpetuo alla comunità il diritto allo sfruttamento delle terre comprese entro certi confini; la trasmissione di questo diritto fu trasmessa in linea maschile e con l’obbligo di residenza.

Seguendo regole quasi immutate nel tempo, il patrimonio fondiario collettivo della Partecipanza viene ancor oggi periodicamente suddiviso, tramite un sorteggio, tra i discendenti delle famiglie originarie (sono 22 i cognomi delle famiglie nonantolane che beneficiano di questo diritto).

I PALAZZI DELLA PARTECIPANZA AGRARIA DI NONANTOLA (XIV-XIII secolo)

Gli edifici di proprietà della Partecipanza Agraria si affacciano su piazza del Pozzo, l’antica piazza della Comunità, cuore della vita civica di Nonantola a partire dal XV secolo.

La Residenza Vecchia occupa un edificio a due piani ricavato nel rivellino nord-ovest delle mura trecentesche dove era collocata l'antica porta del Castello di Nonantola: sul lato nord infatti si possono ancora vedere, benché tamponate, le tracce di una porta con arco a tutto sesto risalente al XIV secolo e di una porta pedonale con arco a sesto acuto che permettevano l’accesso al borgo dopo aver attraversato il fossato che circondava l’abitato. Questo stabile ebbe in seguito una lunga storia: fu la sede del Comune dal XV secolo, nel XVII secolo ospitò la scuola pubblica e nel XIX secolo il Teatro Comunale; dagli anni ’60 il piano terra è stato la sede della biblioteca comunale.

Proprio di fianco a questo fabbricato ti trova la Residenza Nuova, pregevole edificio dalle linee sette-ottocentesche, sede del Comune di Nonantola fino al 1898, anno in cui il Municipio si trasferì nella sede di via Marconi: al secondo piano dell’edificio è conservato l’Archivio Storico della Partecipanza che contiene materiale documentario dal 1877 (la documentazione relativa agli anni precedenti è conservata presso l’Archivio Comunale) ed interessanti mappe che testimoniano l’evoluzione del paesaggio agrario locale.

Sempre al secondo piano, nella sala dell’ex tribunale di Nonantola, chiamata Sala dei Giuristi, è visitabile la mostra permanente sulla storia della Partecipanza e, nel sottotetto dell’edificio, è collocata un’acetaia a scopo didattico. Il giardino del palazzo, raggiungibile attraversando un androne passante, è collocato nel luogo in cui c’erano le antiche fosse castellane (da qui è possibile osservare, volgendo lo sguardo a sinistra, la porta trecentesca di accesso al borgo con gli archi tamponati della Residenza Vecchia).

Una mostra permanente "La Partecipanza Agraria di Nonantola. Una comunità e la sua terra" racconta la storia di questo Ente millenario e la sua evoluzione nel corso dei secoli: dalla Charta dell’abate Gotescalco del 1058, che ne rappresenta la radice medievale, al rogito del notaio Andrea della Cappellina nel 1442.

Facendo riferimento ad alcuni documenti fondamentali si ripercorrono i contrasi avvenuti all’interno della comunità tra i partecipanti di bocca viva e bocca morta (cioè tra ricchi e poveri) e tra abitanti originari e forestieri e la separazione avvenuta tra Comune e Partecipanza nel corso dell’Ottocento. Si conclude poi con la storia più recente, dall’Ottocento al Novecento, contrassegnata dalla nascita della Partecipanza Agraria come Ente morale autonomo, dotato di propri organi istituzionali.

La seconda sezione è dedicata all’evoluzione del territorio e dell’ambiente naturale della Partecipanza dal medioevo ad oggi: partendo da un territorio caratterizzato da boschi e paludi, prati e pascoli proprio dell’epoca medievale, si giunge fino all’agricoltura intensiva caratteristica dei giorni nostri. Di particolare interesse è la descrizione del meccanismo di ripartizione tramite il sorteggio dei terreni agricoli alle antiche famiglie dei Partecipanti.

 acetaia partecipanza

Nel sottotetto del palazzo è possibile vedere un’acetaia con tre batterie rispettivamente di sette, sei e cinque botticelle. L’acetaia, la cui finalità è essenzialmente didattica, è certificata e visitabile ed è possibile assaggiare il famoso Aceto Balsamico Tradizionale di Modena.

Come sia nato l’aceto balsamico è storia troppo antica per essere narrata con tono di assoluta certezza. La prima testimonianza scritta di cui si ha notizia si trova nella Vita Mathildis scritta dal monaco benedettino Donizone che racconta come, in occasione di una sosta a Piacenza nel 1046, il re e futuro imperatore Enrico II di Franconia  mandasse un messaggero al Marchese Bonifacio di Canossa, padre di Matilde, “…poiché voleva di quell’aceto che gli era stato lodato”.

Una notizia del cronista modenese Antonio Vallisnieri riporta che presso la Corte Estense venissero conservate botti di aceto già intorno al 1228. A partire dal 1598, anno in cui la città di Modena diventò la capitale del Ducato, diventano più numerose le testimonianze  documentarie che forniscono informazioni riguardanti il grande interesse della Corte nei confronti della produzione di aceto .

Nel 1747 , nel Registro delle Vendemie e Vendite dei Vini  per conto della Ducale Cantina Segreta del Palazzo ducale  viene  usato il termine  “ balsamico”, infatti in questo registro Antonio Lancellotti  richiede materiale  idoneo per rincalzare “ l’accetto balsamico “  dell’acetaia ducale. Per lungo tempo i duchi estensi coltivarono la consuetudine di fare dell’aceto balsamico dono prezioso alle persone di riguardo per le sue qualità terapeutiche.

Dal XVIII secolo in poi le notizie sul Balsamico aumentano, anche se intorno a questo prodotto permane il riserbo delle famiglie che lo possiedono. È nell’Ottocento che si trovano testimonianze fondamentali riguardo all’utilizzo del solo mosto cotto per produrre quello che oggi è il Balsamico della tradizione. Tali indicazioni provengono del Conte Giorgio Gallesio e dell’Avvocato Francesco Aggazzotti; per primi hanno determinato le differenze che esistono fra il Balsamico e altri tipi di aceto e hanno indicato la via da seguire per trasformare correttamente il mosto cotto nel prodotto finito.

Le prime notizie che si riferiscono alla produzione di aceto balsamico a Nonantola sono contenute in alcuni scritti dello studioso Giorgio Gallesio che, tra il 1817 e il 1839, compì lunghi viaggi alla continua ricerca di tutte le varietà di frutta presenti nel nostro paese in vista della realizzazione di un’opera enciclopedica.

Nel 1939 egli effettuò alcune visite nelle tenute dei Conti Salimbeni a Nonantola e in questa occasione scoprì, con sorpresa e meraviglia, l’aceto balsamico di Nonantola, nei sui scritti si legge "La cantina dell’aceto è una delle cose più interessanti a vedersi in questa tenuta. È una cantina situata nell’alto della casa e con un’apertura che vi lascia penetrare l’aria e la luce. Un terazzo attiguo interamente aperto, e solo coperto da un tetto, ne fa compimento. La camera è destinata ai caratelli dell’aceto fatto, e contiene più di cinquanta piccioli tonolini curti e longhi, cerchiati di ferro, i quali contengono l’aceto di 100 circa anni: essi sono divisi in annate marcate colle lettere dell’alfabeto… Il terrazzino è pieno invece di tanti vasi di terra fatti a fiasco, i quali contengono l’aceto nuovo…"

L’aceto balsamico è dunque nato in Emilia, le vere zone di produzione sono state e sono tuttora situate nelle province di Modena e Reggio Emilia , dove per secoli governarono i duchi estensi.

Ogni famiglia consegna alla memoria delle generazioni la ricetta del "casato" che insegna a produrre i diversi tipi di aceto balsamico. Una pluralità di conoscenze, di usanze, di prodotti diversi ci consente di parlare di una cultura dell’ aceto balsamico, una cultura che coinvolge prima la Corte, la nobiltà, poi le classi alte e medie. Negli ultimi decenni la produzione di aceto balsamico da aristocratica è diventata popolare grazie anche all’intensa opera di promozione della “Consorteria dell’Aceto Balsamico Tradizionale” nata a Spilamberto nel 1967.

La mostra permeante, l’archivio e l’acetaia sono visitabili  previo appuntamento contattando il numero 059/549046 oppure la mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

 

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